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Le finestre erano quelle di un appartamento borghese al terzo o quarto piano di una casa che per il resto ci rimaneva invisibile: esse rappresentavano per noi, giovani e curiosi, un pezzetto di vita umana in libertà, una possibilità di gioiosa sorpresa e di cambiamento ed in prigione il cambiamento è quasi sempre una gioia.

La finestra che si vedeva per intero era da noi chiamata il “palcoscenico”. Su quel palcoscenico assistevamo ogni mattina ad una scena breve e quotidiana. Più o meno alle sette a quella finestra, dietro al cui vetro morto si intravedeva una tenda, come il bianco fondo di un fiume sotto la scura superficie d’acqua, iniziava un sommovimento, un’agitazione che eccitava e prometteva il cambiamento cui i nostri occhi erano così desiderosi. Allora i battenti, assieme al riflesso sui loro vetri, si aprivano e sparivano nel buio del vano della finestra. Per un attimo appariva una donna. I particolari della sua figura non riuscivamo a distinguerli, ma la sua folta capigliatura sullo sfondo scuro spiccava più del suo viso dai tratti confusi. La donna spariva per comparire dopo pochi istanti. (…) La scena della finestra era il grande avvenimento della nostra giornata; ci preparavamo ad essa, la seguivamo attentamente ed avidi e spesso, dopo, ne parlavamo ancora a lungo.

Ci addentravamo in infinite congettura sulla donna sconosciuta, sulla sua vita. Qualcuno si era inventato si chiamasse Eva, e così ne parlavamo. Non eravamo nè i primi nè gli ultimi detenuti che dietro a sbarre, muri e serrature, afferrassero brandelli insignificanti della realtà quotidiana, sognando un sogno di vita libera, di contatto con il mondo e con gli uomini.

da “Dalla parte del sole”, Ivo Andric

 
 

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Lorenzo Linthout - Tutti i diritti riservati