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“Il paese retorico di un personaggio si ferma là dove i suoi interlocutori non comprendono più le ragioni che egli da dei suoi fatti e dei suoi gesti, né dei risentimenti che nutre o delle ammirazioni che manifesta. Una difficoltà di comunicazione retorica segnala il passaggio di una frontiera, che beninteso va vista come una zona di frontiera, un dislivello, e non come una linea ben tracciata”.

Se Descombes ha ragione, se ne deve concludere che nel mondo della surmodernità si è sempre e non si è mai “chez soi”: le zone di frontiera o i “dislivelli” di cui egli parla non introducono mai a mondi totalmente estranei. La surmodernità (che risulta simultaneamente dalle tre figure dell'eccesso, ovvero la sovrabbondanza d'avvenimenti, la sovrabbondanza spaziale e l'individualizzazione dei riferimenti) trova naturalmente la sua espressione completa nei non luoghi. Attraverso questi, tuttavia, transitano parole e immagini che mettono radice anche in quei luoghi ancora diversi in cui gli uomini tentano di costruire una parte della loro vita quotidiana.

 

da “Non luoghi: introduzione ad una

antropologia della surmodernità”, Marc Augé

 
 

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Lorenzo Linthout - Tutti i diritti riservati