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Se vuoi, impara a cominciare nel sogno.

Se puoi, cresci sulle orme altrui.

E se non vuoi, vivi negli intervalli del male.

E se non puoi, mischia la tiepida tenebra col vino.

E smettila di pagare inesplorato per un nome.

Nascondi dietro allo squallore delle finestre il calice purissimo,

affinché il misero Cristo crocefisso alla parete

non sappia mai nulla, per nessun motivo.

Il giorno raffreddato preme sugli zigomi della camera

e poi l’immobilità difficilmente trasalirà.

Sei nessuno, sei senza motivo, senza luogo, senza meta.

Sei mortale, l’eternità non ti riguarda.

Se credi, rischia a prendere fuoco nel tepore.

Se lo conosci, prova un altro spazio.

Se non vuoi, lascia il vuoto della costanza.

Se non puoi, diluisci il tramonto nel cristallo.

E svuota le confessioni di qualche ospite

nella torbida pupilla, nell’indifferenza del vetro,

con fredda noncuranza sii capace di bere,

la loro sofferenza non è la tua, le loro parole sono cenere.

Chi due volte non ascoltato impara a tacere,

ma la capacità di credere non tornerà,

non soffrire di ciò che non fai in tempo a concepire.

Vale la pena se l’eternità non ti riguarda?

Se vedi, sappi che non è ciò che sta sul fondo.

Se senti, allora percepisci che è qualcos’altro.

E se non vuoi, vivi di ciò che ti sta vicino.

E se non puoi, dimentica: questo è anche in me.

Il cammino non si mostra lassù con una freccia azzurra,

perché essa non si sveglierà mai.

In questo è tutto il suo orrore, tutta la sua essenza

e allusioni all’eternità che non ti riguardano.

La bianca fiera non è entrata, è rimasta sulla soglia.

Il sentiero verso la tua casa trasparente si è ricoperto di foresta.

Ha lasciato sulla sua croce il Cristo stupito,

immergendosi finalmente fino in fondo nel tuo sguardo.

È svanito il sole nell’indifferenza degli stagni,

il fiume è affogato, privo della sorgente.

Se qualcuno si avvicina,

fa che non sappia mai nulla,

che il calice di cristallo tocchi appena i volti,

che la sera avvelenata gli sorrida,

affinché non faccia in tempo a spaventarsi della fine,

e pensare all’eternità che non lo riguarda.

 

da “1989”, Alina Vituchnovskaja

 
 

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Lorenzo Linthout - Tutti i diritti riservati