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Egli si domandò, cercò d’indovinare quale anima in pena potesse essere stata quella che non aveva voluto staccarsi da questo mondo senza lasciare quella stigmata di delitto o di sventura in fronte all’antica chiesa. Dopo di allora il muro fu intonacato o raschiato (non ricordo bene) e l’iscrizione scomparve: ché appunto così, da duecento anni a questa parte, si usano trattare le meravigliose chiese del Medio Evo. Le mutilazioni provengono loro da ogni parte, dal di dentro come dal di fuori. Il prete le intonaca, l’architetto le raschia; sopravviene poi il popolo, che le demolisce.

 

La gradinata l’ha fatta scomparire il tempo, elevando con lento, irresistibile processo il livello del suolo della città vecchia. Pur facendo, però, divorare a uno a uno, da questa saliente marea del selciato di Parigi, gli undici gradini che davano maggior risalto alla maestosa altezza dell’edificio, il tempo ha prodigato alla chiesa forse più di quanto le ha tolto, ché fu il tempo a spargere sulla facciata il cupo colore dei secoli che fa della vetustà dei monumenti l’età della loro bellezza.

 

Ma chi ha abbattuto le due file di statue? Chi ha lasciato vuote le nicchie? Chi ha intagliato nel bel mezzo del portale centrale quell’ogiva nuova e bastarda? Chi ha osato inquadrare quell’insipida e pesante porta in legno scolpito alla Luigi XV a fianco degli arabeschi del Biscornette?

 

E se saliamo sulla cattedrale, senza soffermarci a mille barbarie d’ogni genere, che ne hanno fatto dell’incantevole campaniletto che si appoggiava sul punto d’intersezione delle navate, e che, non meno fragile né meno ardimentoso della sua vicina, la guglia, anch’essa distrutta, della Santa Cappella, si perdeva nel cielo oltre alle torri, slanciato, aguzzo, sonoro, traforato? Un architetto di buon gusto l’ha amputato e ha creduto che bastasse mascherare la piaga con quel vasto medicamento di piombo, che pare un coperchio di pentola.

 

da "Notre Dame de Paris", Victor Hugo

 
 

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Lorenzo Linthout - Tutti i diritti riservati